L’ invenzione italiana. Il ruolo vitale del Made in Italy - Comunicazione e marketing nell'era digitale

L’ invenzione italiana. Il ruolo vitale del Made in Italy

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Made in Italy, ormai un Brand riconosciuto in tutto il mondo.

Se pensiamo che su Google digitando “Made in Italy” escono  2.210.000.000 risultati e che questa dicitura nel mondo Fashion e Beauty è sinonimo di altissima qualità a capacità artigiana, che oggi possiamo collegare anche all’uso della tecnologia e a nuove logiche innovative, non possiamo non essere attenti e volti all’ascolto di storie di successo e di bellezza come queste.

Francesca Anzalone

 

 

L’ invenzione italiana. Il ruolo vitale del Made in Italy

articolo di Filomena Spolaor

Il filo rosso che attraversa il Made in Italy di successo è ancora oggi il lavoro artigiano, un tratto della nostra cultura cui spesso non diamo il giusto valore. Stefano Micelli, Ordinario di International Management all’Università Ca’ Foscari, nel libro “Il futuro artigiano” descrive le tante realtà del nostro paese in cui il saper fare continua a rappresentare un ingrediente essenziale di qualità e di innovazione.

“La riscoperta del lavoro artigiano, non solo in Italia” scrive Micelli “supera i confini dell’economia. Ci costringe a riflettere su cosa dobbiamo intendere oggi per creatività e meritocrazia, e sulle opportunità di crescita che si offrono alle nuove generazioni del nostro paese”.

Nell’ambito della nostra rubrica “Eccellenze Italiane”, abbiamo deciso di intervistare Ezio Micelli in occasione della pubblicazione del libro “Storie di un caleghèr” di Rolando Segalin, pubblicato da Granviale Editori nel 2010 e da poco ristampato. Il volume è stato premiato di recente nel corso dell’ultima edizione del Premio Gambrinus “Giuseppe Mazzotti” per la letteratura di montagna, di esplorazione e di ecologia ed artigianato di tradizione.

Rolando Segalin, maestro indiscusso nell’arte di far camminare le persone, calegher per mestiere e per passione, ha fatto del suo atelier un luogo dove perseguire una visione, affinando un patrimonio culturale legato all’artigianalità e all’eccellenza italiana.

La storia

Rolando Segalin, il caleghèr, mosse i primi passi professionali nell’azienda del padre nella bottega di Campo dei Frari a Venezia. Il 1° ottobre 1955 aprì il negozio a San Marco. Da li a poco il successo delle sue creazioni che ebbe il suo culmine con la creazione dello stivale da donna alto fino alla coscia che, in quegli anni, solo lui realizzava. Vinse due volte la medaglia d’oro all’Accademia Italiana della calzatura a Torino nel 1972 e nel 1975. Nella seconda parte della sua carriera si dedicò con particolare successo alla creazione di calzature adatte al Carnevale, ricalcando i modelli in uso nel Settecento veneziano. Cessò l’attività nel 2000 lasciando diversi allievi a proseguire la sua opera.

Una di loro, Daniela Ghezzo a 24 anni, quando Rolando andò in pensione, decise di continuare  a fare la calzolaia nel suo negozio.

Abbiamo visitato il laboratorio in Calle dei Fuseri, ora di sua proprietà.

 


Daniela Ghezzo 
 

La vera tradizione è incontrare i calzolai

“Si tratta di farsi fare un paio di scarpe” – afferma Daniela Ghezzo – che “sono talmente giuste” da non doverle usare”.

Quando si entra nel laboratorio, si ammirano modelli appartenenti a diverse epoche storiche, stili. Tutti chiedono se possono comprare le scarpe.

 “Si chiedono a cosa servono” dice Daniela  – “ Io propongo una forma armoniosa compatibile al piede del cliente. La comodità e la funzionalità  non tradiscono mai l’estetica”.

Si appoggia il piede nel foglio di carta, e poi con una penna si disegna la sagoma.

“Ti racconto cosa potrebbe essere meglio per il tuo piede. Lo leggo nella sua tridimensione. Si raccontano poi le caratteristiche del piede al cliente”.

Si scelgono i colori e i materiali. “Dipende molto dall’origine delle persone. Gli inglesi, per esempio, preferiscono un abbinamento di diversi colori, che un italiano, abituato alla monocromia non sceglierebbe. Le scarpe su misura non si valutano dall’aspetto esteriore, che deve essere eccellente, ma da quello che c’è dentro”.

Finita la forma personale di legno, si preparano gli stampi su misura. Si passa la mistra (la cucitrice). Successivamente si monta la tomaia nelle scarpe con contrafforti di cuoio. “Per l’uomo” prosegue Daniela Ghezzo “cambia il processo di lavorazione della suola, che andrà esclusivamente ancora cucita a mano”. 

Sull’aspetto più legato alla tecnologia, rispetto il fatto che ora nelle fabbriche gli ingegneri progettano le calzature al computer, risponde: “Devo vedere l’aspetto delle persone per poter confezionare una scarpa su misura personale. Le macchine devono servire, ma siamo noi i protagonisti del mondo”.

Il laboratorio in Calle dei Fuseri

La vita di un’artigiana calzolaia

“Dopo aver finito il liceo artistico mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti di Venezia, sezione pittura. Per altri 4 anni ho continuato a coltivare la passione per l’arte e contemporaneamente frequentavo sempre più assiduamente il laboratorio di Rolando Segalin.  Continuavo ad appassionarmi al mondo delle scarpe su misura, appena avevo l’occasione andavo a visitare altri laboratori di calzolai, in particolare uno a Roma, la calzoleria Gatto che faceva delle scarpe da uomo per me meravigliose. Ero molto curiosa di comprendere il mestiere da più maestri. L’incontro con Segalin e Gatto entrambi settantenni  è stato molto cordiale e appassionato. Erano anche  più predisposti ad avere  una ragazza molto giovane che faceva un sacco di domande visto la loro matura età”

Quali sono stati i suoi maestri e quali insegnamenti le hanno trasmesso?   

Finiti gli studi mi dedicai completamente alle scarpe. Non ho mai ricevuto delle lezioni frontali,  ma vivevo all’interno del laboratorio con gli occhi attenti e le mani al lavoro, osservavo tutto quello che succedeva intorno. Ero molto interessata alla logica che usavano nel prendere le misure per fare la forma, perché solo il  Maestro esegue le forme. Il lavoro mi appassionava sempre di più, e i miei amici calzolai mi  dicevano : “Noi siamo nati in mezzo le scarpe tu sei nata per fare le scarpe”. Quando Rolando decise di andare in pensione nel 2001 ho deciso di continuare  a fare la calzolaia nel suo negozio, avevo 24 anni. La prima volta che entrai in “bottega” avevo 17 anni. Dopo 7 anni di duro lavoro decisi che volevo diventare il calzolaio più bravo del “mondo “. Ovviamente ora che ho quaranta anni sorrido quando ripenso ai sogni giovanili ma in fondo lo desidero ancora. Io e i miei maestri avevamo molti anni di differenza potevano essere miei nonni, loro mi hanno trasmesso informazioni preziose e il rispetto della tradizione. È importantissimo il rispetto della tradizione solo attraverso la conoscenza di quest’ultima si può avere innovazione.

Qual’è la sua idea dell’artigianato del futuro a Venezia e nel mondo?

Credo esista ancora una sola cosa accessibile a tutti attualmente in Italia e nel mondo industrializzato: l’istruzione. Gli artigiani devono studiare e contemporaneamente praticare il mestiere. Da un lato la nostra vita sarà sempre più tecnologica, dall’altro nei prossimi anni il mondo del lavoro sarà caratterizzato dalla crescente richiesta di professionalità, basate su competenze umane che le macchine non possono rimpiazzare: manualità, ingegno e creatività. Tra i paesi industrializzati l’Italia gode di un posto “privilegiato”, poiché abbiamo una celebrata  tradizione della ” bottega artigianale”. Venezia è una città internazionale con in vantaggi di un borgo, sicuramente per chi ha gli occhi per guardare da Venezia può arricchirsi con energie illuminanti
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Stefano Micelli

Per Stefano Micelli il “Made in Italy” è futuro artigiano.

Tradizionalmente le imprese sono cresciute con il Made in Italy. Pensato come industria su misura, prodotto personalizzato, e ascolto del cliente verso prodotti originali. In questi anni con l’intreccio dell’industria 4.0, ci si è posti alcune domande sull’uso della nuova tecnologia: contribuisce al rapporto del consumo con i beni di massa oppure si inserisce in modo originale?

E in Italia le nuove tecnologie sono saldate al saper fare artigianale?

Nel settore dell’oreficeria, per esempio le stampanti 3D aiutano la produzione. Ma anche nella meccanica, le auto di lusso utilizzano l’hi tech per una tiratura limitata, come nel settore del mobile. La specificità italiana è il modo di pensare l’industria nella piccola media impresa. Un patrimonio solo italiano, di investire nel capitale umano per sviluppare competenze e innovazione tecnologica. Dobbiamo dare ai giovani nuove competenze tecniche, affinché si aprano al nuovo, perché possono rinnovare il fare italiano.

Il “saper fare” è un pezzo importante della nostra cultura

Nel rinnovare a contatto con le nuove tecnologie si arricchisce il futuro del “Made in Italy”. E’ necessario rendere più attrattive le scuole superiori, aumentando gli investimenti per esempio nel SISTEMA ITS (Percorsi di Specializzazione Tecnica Post Diploma, riferiti alle aree considerate prioritarie per lo sviluppo economico e la competitività del Paese, realizzati secondo il modello organizzativo della Fondazione di partecipazione in collaborazione con imprese, università/centri di ricerca scientifica e tecnologica, enti locali, sistema scolastico e formativo) di specializzazione tecnica post diploma, per dare loro l’opportunità di una consapevolezza e mantenere a testa alta la reputazione.

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